Italiano
Andreuccio, atterrito dalla voce e dall’aspetto di colui e mosso dalle esortazioni dei vicini, che gli parvero parlare per carità, si mise in cammino per tornare alla sua locanda, verso il quartiere da cui aveva seguito la fanciulla, senza sapere dove andare, disperato per il suo denaro e afflitto come mai uomo fu. Essendo a sé stesso insopportabile per il fetore che emanava, e pensando di recarsi al mare per lavarsi, svoltò a sinistra e seguì una via chiamata Ruga Catalana, che conduceva verso la parte alta della città. Subito dopo scorse due uomini venire verso di lui con una lanterna e, temendo che potessero essere guardie di ronda o altra gente malintenzionata, per evitarli si nascose furtivamente in una catapecchia che vide lì vicino. Ma quelli, come per deliberato malanimo, si diressero proprio verso lo stesso luogo e, entrati, cominciarono a esaminare certi ferri che uno di essi si era tolto di spalla, discorrendo nel frattempo di varie cose.
Subito uno disse: «Che significa questo? Mi sembra di sentire il peggior fetore che abbia mai sentito». Così dicendo, alzò la lanterna e, vedendo il misero Andreuccio, chiese con meraviglia: «Chi è là?» Andreuccio non rispose; ma essi gli si avvicinarono con il lume e gli chiesero che cosa facesse lì in quello stato; ond’egli raccontò loro tutto ciò che gli era accaduto, ed essi, immaginando dove ciò fosse potuto accadere, dissero l’uno all’altro: «In verità, questo dev’essere stato in casa di Scarabone Buttafuocco». Poi, rivolgendosi a lui, uno disse: «Buon uomo, quantunque tu abbia perduto il denaro, hai molta ragione di lodare Dio che questa disgrazia ti sia accaduta, così che cadesti e non potesti poi riuscire a rientrare in casa; perché, se non fossi caduto, puoi essere certo che, una volta addormentato, ti avrebbero spaccato la testa e avresti perduto la vita oltre al denaro. Ma che giova ora rammaricarsene? Tanto potresti sperare di tirare giù le stelle dal cielo quanto di recuperare un quattrino del tuo denaro; anzi, rischi di essere ucciso, se quell’uomo ti sente far parola di ciò». Poi si consultarono un poco tra loro e subito gli dissero: «Senti, noi siamo mossi a pietà per te; perciò, se vorrai unirti a noi in qualcosa che siamo sul punto di fare, ci sembra certo che ti toccherà come tua parte molto più del valore di ciò che hai perduto». Al che Andreuccio, nella sua disperazione, rispose che era pronto.
Ora, quel giorno era stato sepolto un arcivescovo di Napoli, di nome Messer Filippo Minutolo, ed era stato inumato con i suoi ornamenti più ricchi e con un rubino al dito del valore di più di cinquecento fiorini d’oro. Costui avevano in mente di spogliare, e questo loro intento rivelarono ad Andreuccio, il quale, più cupido che accorto, si avviò con loro verso la cattedrale. Mentre camminavano, Andreuccio puzzando sempre terribilmente, uno dei ladri disse: «Non possiamo trovare un modo per far lavare un po’ questo uomo, dove sia, così che non puzzi in modo così orribile?» «Sì che possiamo», rispose l’altro. «Siamo qui vicino a un pozzo, dove di solito c’è una fune con una carrucola e un grande secchio; andiamo là e lo laveremo in un attimo». Così si diressero al pozzo in questione e vi trovarono la fune, ma il secchio era stato portato via; perciò si consigliarono tra loro di legarlo alla fune e di calarlo nel pozzo, così che potesse lavarsi lì, ordinandogli di scuotere la fune appena fosse pulito, e loro lo avrebbero tirato su.
Non appena lo ebbero calato, come volle il caso, alcune guardie, assetate per il caldo e per aver corso dietro a qualche furfante, vennero al pozzo per bere; e i due furfanti, appena le videro, se la diedero a gambe subito, prima che le guardie le vedessero. Poco dopo Andreuccio, essendosi lavato in fondo al pozzo, scosse la fune; e le assetate guardie, deposti i loro scudi, le armi e i soprabiti, cominciarono a tirare la fune, credendo che dall’altra parte ci fosse il secchio pieno d’acqua. Appena Andreuccio si trovò vicino all’orlo, lasciò andare la fune e si aggrappò con entrambe le mani al bordo; quando le guardie lo videro, prese da improvviso spavento, lasciarono cadere la fune, senza dire una parola, e scapparono via più velocemente che poterono. Di ciò Andreuccio si meravigliò grandemente, e se non si fosse tenuto saldamente all’orlo, sarebbe caduto in fondo, con suo non piccolo danno o forse la morte. Pure, riuscì a uscire e, trovando le armi, che sapeva non essere state portate dai suoi compagni, si meravigliò ancora di più; ma, non sapendo che cosa pensarne e sospettando qualche inganno, decise di andarsene senza toccare nulla; e così se ne andò senza sapere dove, lamentando la sua sventura.
Mentre andava, incontrò i suoi due compagni, che venivano per tirarlo fuori dal pozzo; e quando lo videro, si meravigliarono oltremodo e gli chiesero chi lo avesse tirato su. Andreuccio rispose che non lo sapeva e raccontò loro per ordine come era accaduto e che cosa aveva trovato presso il pozzo; al che gli altri, comprendendo come stavano le cose, gli dissero ridendo perché erano fuggiti e chi erano quelli che lo avevano tirato su. Poi, senza altri discorsi, essendo ormai mezzanotte, si recarono alla cattedrale e, essendovi entrati abbastanza facilmente, andarono dritti alla tomba dell’arcivescovo, che era di marmo e molto grande. Con i loro ferri sollevarono il coperchio, che era molto pesante, e lo puntellarono così che un uomo potesse entrare; fatto ciò, uno disse: «Chi entrerà?» «Non io», rispose l’altro. «Né io», soggiunse il compagno; «entri Andreuccio». «Non lo farò», disse quest’ultimo; al che i due furfanti si voltarono verso di lui e dissero: «Come! Non vuoi? Per Dio, se non entri, ti colpiremo sulla testa con una di queste sbarre di ferro finché non cada morto».
Andreuccio, spaventato, si calò nella tomba, dicendo tra sé: «Costoro mi fanno entrare qui per ingannarmi, ché, quando avrò dato loro ogni cosa, se ne andranno per i fatti loro, mentre io mi affaticherò a uscire dalla tomba e rimarrò a mani vuote.» Perciò si determinò a mettere al sicuro la sua parte per tempo; così, appena giunto in fondo, ricordandosi del prezioso anello di cui li aveva sentiti parlare, lo trasse dal dito dell’arcivescovo e se lo mise al proprio. Poi passò loro il pastorale, la mitra e i guanti, e, spogliato il morto fino alla camicia, diede loro ogni cosa, dicendo che non v’era altro. Gli altri affermarono che l’anello doveva pur esserci e gli ordinarono di cercare dappertutto; ma egli rispose che non lo trovava e, facendo mostra di cercarlo, li tenne in gioco alquanto. Alla fine i due furfanti, non meno scaltri di lui, mentre gli dicevano di cercar bene, colsero l’occasione per togliere il puntello che reggeva il coperchio e se ne andarono, lasciandolo chiuso nella tomba.
Che cosa divenisse Andreuccio, quando si trovò in tale stato, ve lo potete immaginare tutti. Egli tentò più e più volte di sollevare il coperchio con la testa e con le spalle, ma si affaticò invano; onde, vinto dall’angoscia e dalla disperazione, cadde svenuto sul corpo morto dell’arcivescovo; e chi lo avesse veduto là, avrebbe difficilmente saputo quale dei due fosse più morto, se il prelato o lui. Ripresi i sensi, scoppiò in un gran pianto, vedendo che gli toccava di certo uno di due fini: o, se nessuno venisse ad aprire di nuovo la tomba, morire di fame e di puzzo tra i vermi del cadavere, o, se alcuno venisse e lo trovasse là, essere impiccato come ladro.
Mentre egli dimorava in questo pensiero, estremamente afflitto, udì muoversi gente nella chiesa e molte persone parlare; e subito si accorse che venivano a fare ciò che egli e i suoi compagni avevano già fatto; onde la paura gli raddoppiò. Ma dopo che i nuovi venuti ebbero forzata la tomba e sollevato il coperchio, si misero a disputare su chi dovesse entrare, e nessuno voleva farlo. Tuttavia, dopo una lunga discussione, un prete disse: «Che temete? Credete che vi mangi? I morti non mangiano gli uomini. Voglio entrarci io stesso.» Così dicendo, appoggiò il petto al bordo della tomba e, voltando la testa all’indietro, mise dentro le gambe, pensando di lasciarsi cadere. Andreuccio, vedendo ciò, si rizzò e, afferrato il prete per una gamba, fece mostra di volerlo tirare giù nella tomba. L’altro, sentendo ciò, mandò un terribile strillo e si precipitò fuori della tomba; onde tutti gli altri fuggirono atterriti, come se fossero inseguiti da centomila diavoli, lasciando la tomba aperta.
Andreuccio, vedendo ciò, uscì in fretta dalla tomba, lieto oltre ogni speranza, e se ne andò fuori della chiesa per la via per la quale v’era entrato. Essendo ormai vicino il giorno, camminò alla ventura, con l’anello al dito, finché giunse alla riva del mare, e di là si diresse alla sua locanda, dove trovò i suoi compagni e l’oste, che erano stati in pensiero per lui tutta la notte. Egli raccontò loro ciò che gli era accaduto; e, per consiglio dell’oste, parve loro che dovesse subito partire da Napoli. Perciò si mise in cammino senza indugio e tornò a Perugia, avendo investito il suo denaro in un anello, mentre era venuto per comprare cavalli.
NOVELLA SESTA
MADONNA BERITOLA, AVENDO PERDUTO I SUOI DUE FIGLI, SI RITROVA SU UN’ISOLA DESERTA CON DUE CAPRETTI E DI LÌ VA IN LUNIGIANA, DOVE UNO DEI SUOI FIGLI, ESSENDO AL SERVIZIO DEL SIGNORE DEL PAESE, GIACE CON LA SUA FIGLIUOLA E VIENE GETTATO IN PRIGIONE. POI, AVENDO LA SICILIA SOLLEVATA CONTRO IL RE CARLO, E IL GIOVANE ESSENDO RICONOSCIUTO DALLA MADRE, SPOSA LA FIGLIA DEL SUO SIGNORE, E, ESSENDO RITROVATO ANCHE IL FRATELLO, TUTTI E TRE SONO RIMESSI IN ALTO STATO.
Le donne e i giovani risero di cuore delle avventure di Andreuccio, come narrate da Fiammetta; ed Emilia, vedendo la novella finita, cominciò, per comandamento della regina, a parlare così: «Le diverse vicende della Fortuna sono cose gravi e dolorose, delle quali—perché, quando se ne discorre, le nostre menti, che facilmente si addormentano sotto le sue lusinghe, vengono risvegliate—penso che non debba mai essere noioso né ai felici né agli infelici udirne parlare, in quanto rende i primi cauti e consola i secondi. Perciò, sebbene su questo argomento siano già state raccontate grandi cose, intendo narrarvi una storia non meno vera che pietosa; e, per quanto abbia avuto un lieto fine, l’amarezza fu tanto grande e tanto lunga che difficilmente posso credere che sia stata mitigata da alcuna successiva gioia.
Devi sapere, carissime donne, che, dopo la morte dell’imperatore Federico Secondo, Manfredi fu coronato re di Sicilia; presso il quale era in grandissimo favore un gentiluomo napoletano chiamato Arrighetto Capece, il quale aveva per moglie una bella e nobile donna, anch’essa napoletana, per nome madonna Beritola Caracciola. Il detto Arrighetto, che aveva in mano il governo dell’isola, udendo che il re Carlo Primo aveva vinto e ucciso Manfredi a Benevento e che tutto il regno era passato dalla sua parte, e avendo poca fiducia nella breve fedeltà dei Siciliani, si preparò a fuggire, non volendo diventare suddito del nemico del suo signore; ma, essendo stato conosciuto il suo intendimento dai Siciliani, egli e molti altri amici e servi di re Manfredi furono improvvisamente fatti prigionieri e consegnati al re Carlo, insieme con il possesso dell’isola.
Capitolo 13: Parte 13 Segmento 3 di 4. Traduci solo questo segmento; non riassumere né fare riferimento ad altri segmenti.
Madonna Beritola, in questo così doloroso rivolgimento di cose, non sapendo che fosse stato di Arrighetto e temendo fortemente di ciò che gli fosse accaduto, abbandonò ogni suo avere per timore della vergogna e, povera e gravida com'era, salì, con un suo figliolo di circa otto anni, di nome Giusfredi, su una piccola barca e fuggì a Lipari, dove diede alla luce un altro figlio maschio, che chiamò Scacciato, e, presa una balia, s'imbarcò con tutti e tre per tornare dai suoi parenti a Napoli. Ma le cose andarono diversamente da come ella aveva progettato; infatti la nave, che doveva andare a Napoli, fu spinta dalla violenza del vento all'isola di Ponza, dove entrarono in una piccola insenatura e lì attesero l'occasione per proseguire il viaggio. Madonna Beritola, salendo come gli altri sull'isola e trovando un luogo remoto e solitario, si mise a piangere il suo Arrighetto, tutta sola.
Questo era il suo uso quotidiano; avvenne un giorno che, mentre era intenta a lamentarsi, giunse una galea di pirati, inosservata da chiunque, marinaio o altro, e cogliendoli tutti alla sprovvista, la prese come preda. Madonna Beritola, terminate le sue lamentazioni quotidiane, tornò sul lido del mare, come era solita fare, per visitare i suoi figli, ma non vi trovò nessuno; di ciò dapprima si meravigliò e poi, subito sospettando quello che era accaduto, guardò verso il mare e vide la galea a poca distanza, che trainava la navicella dietro di sé; perciò comprese fin troppo bene di aver perso i suoi figli, oltre al marito, e vedendosi lì povera, desolata e abbandonata, senza sapere dove avrebbe mai potuto ritrovarne alcuno, cadde svenuta sulla riva, chiamando il marito e i figli. Non c'era nessuno lì a richiamare i suoi sensi smarriti con acqua fredda o altro rimedio, sicché essi poterono a loro agio andare vagando dove più piacque loro; ma, dopo un po', i sensi perduti tornando al suo misero corpo, insieme con lacrime e lamenti, ella chiamò a lungo i suoi figli e andò per un buon pezzo cercandoli in ogni caverna. Alla fine, vedendo ogni sua fatica vana e sopraggiungendo la notte, cominciò, sperando e non sapendo in che, a provvedere a se stessa e, allontanandosi dal lido, tornò alla caverna dove era solita piangere e lamentarsi.
Trascorse la notte in gran timore e inesprimibile dolore e, venuto il nuovo giorno e passata l'ora di terza, costretta dalla fame, non avendo cenato la sera innanzi, si mise a pascersi d'erbe; e avendo mangiato come meglio poté, si diede, piangendo, a vari pensieri sulla sua vita futura. Mentre così rifletteva, vide una capra entrare in una caverna vicina e subito uscirne e dirigersi nel bosco; perciò si alzò e, entrando là donde la capra era uscita, trovò due capretti, nati probabilmente quello stesso giorno, che le parvero le cose più strane e graziose del mondo. Avendo ancora il latte non inaridito per il recente parto, prese teneramente i capretti e li pose al seno. Essi non rifiutarono l'ufficio, ma succhiarono come se ella fosse la loro madre e d'allora in poi non fecero distinzione tra l'una e l'altro. Perciò, parendole di aver trovato un po' di compagnia in quel luogo deserto, e divenuta non meno familiare con la vecchia capra che con i suoi piccoli, si rassegnò a vivere e morire lì e rimase mangiando erbe e bevendo acqua e piangendo ogni volta che si ricordava del marito, dei figli e della vita passata.
La gentile donna, divenuta così una creatura selvatica, dimorando in questo modo, avvenne che, dopo alcuni mesi, giunse similmente nel luogo dove ella era stata prima spinta dalla tempesta una piccola nave da Pisa e vi rimase alcuni giorni. Su questa barca c'era un gentiluomo chiamato Currado, dei Marchesi Malaspina, il quale, con la moglie, una donna di valore e pia, tornava a casa da un pellegrinaggio a tutti i luoghi santi che sono nel regno di Puglia. Per passare il tempo, Currado un giorno uscì, con la sua donna e alcuni servi e i suoi cani, per andare a spasso per l'isola, e non lontano dal luogo dove si trovava Madonna Beritola, i cani scovarono i due capretti, che ora erano diventati abbastanza grandi, mentre pascolavano. Questi, inseguiti dai cani, non fuggirono in altro luogo se non nella caverna dove era Madonna Beritola, la quale, vedendo ciò, si alzò in piedi e, afferrato un bastone, respinse i cani. Currado e sua moglie, che venivano dietro di loro, vedendo la donna, che era diventata scura, magra e irsuta, si meravigliarono, ed ella ancora di più di loro. Ma dopo che Currado, su sua richiesta, ebbe richiamato i cani, riuscirono a convincerla, con molte preghiere, a dire loro chi fosse e cosa facesse lì; perciò ella rivelò loro pienamente tutta la sua condizione e tutto ciò che le era accaduto, insieme con la sua ferma risoluzione di restare sola nell'isola.
Currado, che aveva conosciuto benissimo Arrighetto Capece, udendo ciò, pianse per pietà, e fece del suo meglio per distoglierla con parole da così barbaro proposito, offrendosi di riportarla a casa sua o di tenerla con sé, onorandola come sua sorella, finché Dio non le avesse mandato una sorte più felice. Non cedendo la donna a queste offerte, Currado lasciò sua moglie con lei, ordinandole di far portare lì da mangiare e di rivestire la donna, che era tutta a brandelli, con alcuni dei suoi abiti, e incaricandola di adoperarsi, con qualsiasi mezzo, di portarla via con sé. Perciò la gentile donna, rimasta sola con Madonna Beritola, dopo averla grandemente compatita delle sue sventure, mandò a prendere vesti e cibo e riuscì a convincerla, con tutte le fatiche del mondo, a indossare le une e a mangiare l'altro.
Capitolo 13: Parte 13 Segmento 4 di 4. Traduci solo questo segmento; non riassumere né fare riferimento ad altri segmenti.
Alla fine, dopo molte preghiere, e poiché madama Beritola protestava che non avrebbe mai acconsentito ad andare finché fosse potuta essere riconosciuta, la gentildonna la persuase a venire con lei in Lunigiana, insieme ai due capretti e alla loro madre, la quale nel frattempo era tornata e l'aveva salutata con grandissima tenerezza, con non piccolo stupore della gentildonna. Venuto il bel tempo, madama Beritola s'imbarcò con Currado e la sua donna sulla loro nave, portando con sé i due capretti e la capra (a causa della quale, essendo il suo nome ovunque sconosciuto, fu chiamata Cavriuola), e salpando con vento favorevole giunse presto alla foce della Magra, dove sbarcarono e salirono al castello di Currado. Ivi madama Beritola dimorò, in abito vedovile, al servizio della donna di Currado, come una delle sue damigelle, umile, modesta e obbediente, continuando a custodire i suoi capretti e a nutrirli.
[Nota 105: _cioè_ capra selvatica.]
[Nota 106: Un fiume che sfocia nel Golfo di Genova tra Carrara e Spezia.]
Nel frattempo, i corsari che avevano preso la nave sulla quale madama Beritola era giunta a Ponza, ma l'avevano lasciata, poiché non era stata da loro veduta, se ne andarono con tutti gli altri prigionieri a Genova, dove, dovendosi dividere il bottino tra i padroni della galea, avvenne che la balia e i due fanciulli toccarono in sorte, tra le altre cose, a un certo messer Guasparrino d'Oria, il quale li mandò tutti e tre alla sua dimora, per essere impiegati come schiavi al servizio della casa. La balia, afflitta oltre misura per la perdita della sua padrona e per la misera condizione in cui si trovava coi due fanciulli, pianse a lungo e amaramente; ma, poiché, sebbene fosse una povera donna, era discreta e avveduta, quando vide che le lacrime non servivano a nulla e che era divenuta schiava insieme con loro, prima si confortò come meglio poté e poi, considerando dove erano giunti, pensò che, se i due fanciulli fossero stati riconosciuti, avrebbero potuto facilmente subire un danno; perciò, sperando comunque che prima o poi la fortuna potesse mutare e che essi, se fossero vissuti, potessero recuperare il loro perduto stato, decise di non rivelare a nessuno chi fossero, finché non ne vedesse l'occasione, e disse a tutti coloro che glielo chiedevano che erano suoi figli. Il maggiore lo chiamò, non Giusfredi, ma Giannotto di Procida (il nome del minore non volle cambiare), e gli spiegò con grandissima diligenza perché avesse mutato il suo nome, mostrandogli in quale pericolo sarebbe potuto incorrere se fosse stato riconosciuto. Questo gli ripeté non una volta, ma molte e molte volte, e il fanciullo, che era sveglio d'ingegno, ubbidì puntualmente all'ammonimento della sua discreta balia.
[Nota 107: Più familiare alle orecchie moderne come Doria.]
Così i due fanciulli e la loro balia dimorarono pazientemente in casa di messer Guasparrino per parecchi anni, malvestiti e peggio calzati e impiegati nei più umili servizi. Ma Giannotto, che ora aveva sedici anni e possedeva più spirito di quanto si convenisse a uno schiavo, sdegnando la bassezza di una condizione servile, s'imbarcò su certe galee dirette ad Alessandria e, congedatosi dal servizio di messer Guasparrino, viaggiò in diverse parti, senza riuscire in alcun modo ad avanzare nella sua condizione. Alla fine, tre o quattro anni dopo la sua partenza da Genova, essendo divenuto un giovane avvenente e di alta statura, e avendo udito che suo padre, che credeva morto, era ancora vivo ma era tenuto da re Carlo in prigione e in dura cattività, se ne andò vagando alla ventura, quasi disperando della fortuna, finché giunse in Lunigiana e lì, come il caso volle, prese servizio presso Currado Malespina, al quale prestò servizio con grande abilità e soddisfazione. E sebbene di tanto in tanto vedesse sua madre, che stava con la donna di Currado, mai la riconobbe né ella riconobbe lui, tanto il tempo aveva mutato l'uno e l'altra da quello che erano soliti essere quando s'erano visti l'ultima volta.