Italiano
Nota 115: _Il Garbo_, in arabo El Gherb o Gharb, [in arabo: al gharb], l'Occidente, nome dato dagli Arabi a diverse parti dell'impero musulmano, ma con cui Boccaccio sembra intendere l'Algarve, la provincia più meridionale del Portogallo e l'ultima parte di quel regno a soccombere all'ondata della riconquista cristiana, essendo rimasta in mano ai musulmani fino alla seconda metà del XIII secolo. Questa supposizione è confermata dalla rotta seguita dalla nave di Alatiel, che naturalmente sarebbe passata per la Sardegna e le Baleari nel suo viaggio da Alessandria al Portogallo.
Vedendo i marinai il tempo favorevole, diedero le vele al vento e, partiti dal porto di Alessandria, navigarono felicemente per molti giorni; e avendo ormai passata la Sardegna, si stimavano vicini alla fine del loro viaggio, quando sorsero un giorno d'improvviso diversi venti contrari, i quali, essendo ciascuno oltre ogni misura impetuosi, tanto travagliarono la nave, dov'era la donna, e i marinai, che questi più d'una volta si diedero per perduti. Tuttavia, come uomini valorosi, usando ogni arte e mezzo in loro potere, la sostennero per due giorni, sebbene sbattuti da un mare terribile; ma al calar della notte del terzo giorno, non cessando la tempesta, anzi crescendo di momento in momento, sentirono aprirsi la nave, essendo allora non lontani da Maiorca, ma senza sapere dove fossero né potendo comprenderlo né per calcolo nautico né per vista, poiché il cielo era tutto offuscato da nuvole e da notte oscura; onde, non vedendo altra via di scampo e avendo ciascuno mente a sé e non agli altri, calarono in acqua un battello, nel quale si gettarono gli ufficiali, scegliendo piuttosto di fidarsi di quello che della nave che faceva acqua. Il resto degli uomini nella nave si affollò dietro di loro nella barca, sebbene quelli che vi erano saliti per primi vi si opponessero, con il coltello in mano,—e pensando così di fuggire la morte, corsero dritti ad essa, perché la barca, non potendo, per l'intemperanza del tempo, contenere tanti, affondò e perirono tutti quanti.
Quanto alla nave, essendo spinta da un vento furioso e correndo velocissima, sebbene ormai quasi piena d'acqua (non essendo rimasti a bordo altri che la principessa e le sue donne, le quali tutte, vinte dal mare tempestoso e dalla paura, giacevano per i ponti come morte), andò a incagliarsi su una spiaggia dell'isola di Maiorca; e tanto e così grande fu lo scuotimento che quasi si seppellì nella sabbia a un tiro di sasso dalla riva, dove rimase la notte, battuta dalle onde, né il vento poté smuoverla di più.
Venuto il giorno e la tempesta alquanto cessando, la principessa, che era mezza morta, alzò la testa e, per quanto debole, si mise a chiamare ora uno ora un altro dei suoi, ma invano, perché quelli che chiamava erano troppo lontani. Vedendosi da nessuno risposta e non scorgendo alcuno, si meravigliò grandemente e cominciò ad aver gran paura; poi, alzatasi come meglio poté, vide le donne della sua compagnia e le altre ancelle giacere qua e là e, tentandone ora una ora un'altra, ne trovò poche che dessero segni di vita, essendo le più morte sia per la gran fatica dello stomaco sia per lo spavento; onde la paura le raddoppiò.
Tuttavia, costringendola la necessità, poiché si vedeva lì sola e non sapeva né intuiva dove fosse, tanto stimolò quelle che erano ancora vive che le fece alzare, e trovandole ignare di dove fossero andati gli uomini e vedendo la nave incagliata e piena d'acqua, si mise a piangere pietosamente insieme con loro.
Era mezzogiorno prima che vedessero alcuno sulla riva o altrove che muovessero a pietà e le soccorresse; ma verso quell'ora passò di lì un gentiluomo, di nome Pericone da Visalgo, che per caso tornava da una sua tenuta con alcuni suoi servi a cavallo. Egli vide la nave e, avendo subito compreso che cosa fosse, ordinò a uno dei servi di salirvi senza indugio e di dirgli quel che vi trovasse. L'uomo, sebbene con difficoltà, riuscì a salire a bordo e trovò la giovane donna, con la poca compagnia che aveva, accovacciata, tutta impaurita, sotto il calcagno del bompresso. Quando lo videro, lo pregarono piangendo più volte di aver pietà; ma accortosi che egli non le capiva né esse capivano lui, cercarono di fargli conoscere con i gesti la loro disavventura.
Il servo, esaminate tutte le cose come meglio poté, riferì a Pericone ciò che era sulla nave; onde questi subito fece portare a terra le donne, insieme con le cose più preziose che erano nella nave e che si potevano recuperare, e le condusse a un suo castello, dove, essendo le donne ristorate con cibo e riposo, egli si accorse, dalla ricchezza delle sue vesti, che la donna che aveva trovato doveva essere una gran gentildonna; e di ciò fu prestamente certificato dall'onore che vedeva le altre fare a lei e a lei soltanto; e sebbene fosse pallida e assai disordinata nella persona per le fatiche del viaggio, le sue fattezze gli parvero oltremodo belle; perciò subito deliberò con sé stesso, se ella non avesse marito, di cercare di averla in moglie, e se non potesse averla in matrimonio, di adoperarsi per ottenere i suoi favori.
Capitolo 15: Parte 15 Segmento 2 di 4. Traduci solo questo segmento; non riassumere né fare riferimento ad altri segmenti.
Egli era uomo di presenza imponente e di salute oltremodo robusta, e avendo per alcuni giorni ottimamente curata la donna, ed essendo ella perciò del tutto ristabilita, la vide bella oltre ogni concezione e fu addolorato oltre misura di non poterla comprendere né essere da lei compreso, e così di non poter apprendere chi ella fosse. Nondimeno, essendo smisuratamente infiammato dalle sue grazie, studiò, con gesti piacevoli e amorosi, di indurla a compiere il suo piacere senza contrasto; ma invano; ella rifiutava del tutto le sue avances e tanto più si accresceva l'ardore di Pericone. La donna, vedendo ciò e avendo ormai dimorato là alcuni giorni, si accorse, dagli usi della gente, di trovarsi tra cristiani e in un paese dove, anche se avesse potuto, poco le sarebbe giovato farsi conoscere, e prevedeva che, alla fine, o per forza o per amore, le sarebbe stato necessario rassegnarsi a compiere il piacere di Pericone; ma risolse nondimeno, con la sua magnanimità, di sovrastare la miseria della sua sorte; perciò comandò alle sue donne, delle quali solo tre le erano rimaste, che non rivelassero mai ad alcuno chi ella fosse, salvo che non si trovassero in luogo dove potessero sperare in un evidente aiuto per il recupero della loro libertà, e le esortò inoltre con insistenza a preservare la loro castità, affermando di essere ella stessa determinata che nessuno, tranne il suo sposo, avrebbe mai goduto di lei. Esse la lodarono per questo e promisero di osservare il suo comandamento al meglio delle loro forze.
Nel frattempo Pericone, divenendo ogni giorno più infiammato, in quanto vedeva la cosa desiderata così vicina eppure così strettamente negata, e vedendo che le sue blandizie non gli valevano nulla, risolse di ricorrere all'astuzia e all'artificio, riservando la forza per ultima. Perciò, avendo osservato talvolta che il vino era gradito alla donna, essendo ella non usa a berne, poiché la sua legge lo vietava, pensò che potesse riuscire a prenderla con questo, come con un ministro di Venere. Pertanto, fingendo di non curarsi più di ciò di cui ella si mostrava così guardinga, fece una notte, a mo' di speciale festa, una lauta cena, alla quale invitò la donna, e in quella, essendo il convito allietato da molte cose, diede ordine a colui che la serviva che le facesse bere vari vini mescolati. Il coppiere eseguì puntualmente il suo ordine ed ella, non essendo per nulla in guardia contro questo e allettata dalla piacevolezza della bevanda, ne prese più di quanto si convenisse alla sua modestia; onde, dimenticando tutti i suoi trascorsi travagli, divenne lieta e, vedendo alcune donne danzare alla foggia di Maiorca, ella stessa danzò alla maniera alessandrina.
Pericone, vedendo ciò, si stimò sulla buona strada verso ciò che desiderava e, prolungando la cena con grande abbondanza di vivande e vini, la protrasse fin oltre la mezzanotte. Alla fine, partiti gli ospiti, egli entrò solo con la donna nella sua camera, dove ella, più scaldata dal vino che trattenuta dalla modestia, senza alcun riserbo di pudore, si svestì in sua presenza, come se egli fosse stato una delle sue donne, e si mise a letto. Pericone non fu lento a seguirla, ma, spente tutte le luci, presto si nascose accanto a lei e, stringendola tra le braccia, procedette, senza alcuna opposizione da parte sua, a sollazzarsi amorosamente con lei; la quale, avendo ciò sentito,—non avendo mai prima conosciuto con quale sorte di corno gli uomini cozzino,—come pentita di non aver ceduto alle sollecitazioni di Pericone, d' allora in poi, senza attendere di essere invitata a così piacevoli notti, spesso vi si invitò da sé, non con parole, che non sapeva farsi intendere, ma con i fatti.
Ma, in mezzo a questo gran piacere di Pericone e di lei, la fortuna, non contenta di averla ridotta da sposa di un re a amante di un signorotto di campagna, le aveva preordinato una più barbara alleanza. Pericone aveva un fratello di nome Marato, di venticinque anni e bello e fresco come una rosa, il quale la vide e le piacque oltremodo. A lui parve, secondo ciò che poteva comprendere dai suoi gesti, di essere molto ben visto da lei e, concependo che nulla gli impedisse ciò che bramava da lei se non la stretta sorveglianza che Pericone teneva su di lei, cadde in un pensiero barbaro, al quale seguì senza indugio l'effetto nefando.
C'era allora, per caso, nel porto della città una nave carica di mercanzie e diretta a Chiarenza[116] in Romelia; della quale due giovani genovesi erano padroni, che avevano già issato le vele per partire appena il vento fosse stato favorevole. Marato, essendosi accordato con loro, dispose come nella notte seguente dovesse essere ricevuto a bordo della loro nave con la donna; e ciò fatto, appena fu buio, avendo interiormente determinato ciò che avrebbe fatto, si recò segretamente, con alcuni dei suoi amici più fidati, che aveva arruolato allo scopo, alla casa di Pericone, il quale per nulla si fidava di lui. Là si nascose, secondo l'ordine stabilito tra loro, e dopo che una parte della notte fu passata, fece entrare i suoi compagni e si recò con loro nella camera dove Pericone giaceva con la donna. Aperta la porta, uccisero Pericone, mentre dormiva, e presero la donna, che era ormai sveglia e in lacrime, minacciandola di morte se avesse fatto alcun grido; dopo di che si allontanarono, inosservati, con gran parte delle cose più preziose di Pericone e si recarono in fretta alla riva del mare, dove Marato e la donna salirono senza indugio a bordo della nave, mentre i suoi compagni tornarono donde erano venuti.
[Nota 116: La moderna Chiarenza nel nord-ovest della Morea, la quale ultima provincia faceva parte della Romelia sotto la dominazione turca.]
I marinai, avendo buon vento e fresco, fecero vela e si misero in viaggio, mentre la principessa, aspramente e amaramente, si doleva e della prima e della seconda sua disavventura; ma Marato, con quel santo Cresci-in-mano che Iddio ha dato a noi uomini, si accinse a confortarla per modo che ella presto prese dimestichezza con lui e, dimenticato Pericone, cominciò a sentirsi a suo agio; quando la fortuna, quasi non contenta delle passate tribolazioni con cui l'aveva visitata, le apparecchiò una nuova afflizione: poiché, essendo ella, come già più d'una volta abbiam detto, oltremodo bella e di maniere assai avvenenti, i due giovani, padroni della nave, s'innamorarono di lei così appassionatamente che, dimenticando ogni altra cosa, non studiavano se non di servirla e compiacerla, stando però sempre in guardia che Marato non si avvedesse della cagione. Essendosi ciascuno accorto dell'amor dell'altro, ne tennero segretamente consiglio insieme e convennero di unirsi per aver la donna per sé e goderla in comune, come se l'amore il comportasse, al modo che fanno le merci e i guadagni.
Vedendola strettamente guardata da Marato e per ciò impediti nel loro intento, un giorno, mentre la nave correva a vele spiegate e Marato stava a poppa guardando il mare e in nessun modo guardandosi da loro, andarono d'un medesimo volere e, afferratolo di subito di dietro, lo gittarono in mare; né prima fu che avessero navigato più d'un miglio che alcuno si avvide che Marato era caduto in mare. Alatiel, udendo ciò e non vedendo modo alcuno di ricuperarlo, ricominciò a far nuova lamentazione di sé; dove i due amanti vennero incontanente al suo soccorso e con dolci parole e con ottime promesse, delle quali ella intendeva poco, cercarono di mitigare e consolare la donna, la quale non tanto del marito perduto quanto della sua sventura si doleva. Dopo aver tenuto con lei molto ragionamento or l'uno or l'altro, parendo loro dopo alquanto d'averla quasi consolata, vennero a parole tra loro chi primo dovesse prenderla a giacere con lui. Ciascuno voleva essere il primo e, non potendosi accordare, prima cominciarono con le parole un'aspra e calda questione; quindi, accesi d'ira, misero mano ai coltelli e, avventatosi furiosamente l'uno contro l'altro, prima che quelli che erano in nave li potessero dividere, si diedero parecchie ferite, delle quali l'uno incontanente cadde morto, e l'altro rimase vivo, ma in molti luoghi gravemente ferito.
Questa nuova disavventura fu molto spiacevole alla donna, la quale si vedeva sola, senza aiuto o consiglio di alcuno, e temeva che l'ira dei parenti e degli amici dei due padroni si rivolgesse contro di lei; ma le preghiere del ferito e la loro sollecita giunta a Chiarenza la liberarono dal pericolo della morte. Quivi scese a terra col ferito e con lui prese dimora in una taverna, dove la fama della sua gran bellezza si sparse tosto per la città e pervenne agli orecchi del Principe della Morea, che allora si trovava a Chiarenza e desiderò di vederla. Avutala davanti e parendogli più bella che la fama non diceva, subito sì ferventemente se n'innamorò che non sapeva pensare ad altro; e udendo come ella fosse quivi giunta, non dubitò di poterla ottenere per sé. Mentre andava cercando il modo di recare a effetto il suo disegno, i parenti del ferito seppero il suo desiderio e, senza più attendere, gliela mandarono di presente; il che fu molto caro al principe e anche alla donna, per ciò che le pareva d'essere scampata da un gran pericolo. Il principe, vedendola ornata, oltre che di bellezza, di modi reali e non potendo altramenti sapere chi ella fosse, giudicò che dovesse esser qualche nobile donna; per la qual cosa raddoppiò l'amore verso di lei e, tenendola in grandissimo onore, la trattava non come amante, ma come sua propria moglie.
La donna, pertanto, avendo riguardo alle passate sue avversità e parendole esser bene allogata, si riconfortò del tutto e, ritornata lieta, le sue bellezze fiorirono per sì fatta maniera che pareva che di lei tutta la Rumelia non si ragionasse d'altro. La fama della sua leggiadria pervenne al Duca d'Atene, il quale era giovane e bello e prode della persona e amico e parente del principe; egli fu preso dal desiderio di vederla e, mostrando di volergli fare una visita, come alcuna volta era usato, con una bella e onorevole compagnia si recò a Chiarenza, dove fu ricevuto onorevolmente e sontuosamente accolto. Alcuni dì appresso, essendo i due parenti venuti a ragionare insieme delle bellezze di lei, il duca domandò se ella fosse veramente così mirabile creatura come si diceva; a cui il principe rispose: "Assai più; ma di ciò non voglio che le mie parole, ma i tuoi occhi ti facciano fede." Per la qual cosa, a richiesta del duca, se n'andarono insieme all'alloggiamento della principessa, la quale, avuta notizia della loro venuta, li ricevé molto cortesemente e con lieto viso; ed essi la posero a sedere tra loro, ma non poterono aver piacere di ragionare con lei, per ciò che ella intendeva poco o nulla del loro linguaggio; onde ciascuno si contentò di riguardarla come una maraviglia, e spezialmente il duca, il quale appena poteva credere ch'ella fosse creatura mortale; e pensando di saziare il suo desiderio col vederla, non avvedendosi dell'amoroso veleno che beveva con gli occhi riguardandola, miseramente s'invescò, divenendone ardentissimamente innamorato.
Dopo che egli fu partito dalla sua presenza col principe e ebbe agio di raccogliersi in sé, stimò il suo parente felice sopra ogni altro per avere a suo piacere una così bella creatura; e dopo molti e vari pensieri, valendo più nella sua mente la sfrenata passione che l'onore, si risolvette, qualunque cosa ne dovesse avvenire, di adoperarsi con ogni suo sforzo per privare il principe di quella felicità e rendersene beato. Perciò, volendo dar rapida esecuzione alla cosa e messi da parte ogni ragione e ogni equità, rivolse ogni suo pensiero a trovare il modo di conseguire i suoi desideri; e un giorno, secondo il nefando accordo preso con un cameriere segreto del principe, di nome Ciuriaci, fece apprestare di nascosto cavalli e bagagli per una partenza improvvisa.
Venuta la notte, egli, con un compagno, entrambi armati, fu introdotto di soppiatto dal suddetto Ciuriaci nella camera del principe e vide costui (dormendo la donna) in piedi, tutto nudo per il gran caldo, a una finestra che guardava la riva del mare, per prendere un po' di brezza che veniva da quella parte; allora, avendo prima informato il suo compagno di ciò che doveva fare, andò pian piano alla finestra e, colpendo il principe con un coltello, lo trafisse da parte a parte nelle reni; poi, presolo in fretta, lo gettò fuori della finestra. Il palazzo era situato dirimpetto al mare ed era molto alto, e quella finestra guardava sopra certe case che erano state scalzate dal battere delle onde e dove di rado o mai nessuno capitava; perciò avvenne, come il duca aveva preveduto, che la caduta del corpo del principe non fu né poté essere udita da alcuno.
Il compagno del duca, vedendo ciò fatto, tirò fuori un capestro che aveva portato con sé a quel fine e, mostrando di accarezzare Ciuriaci, glielo gettò destramente al collo e lo strinse sì che non poté gridare; poi, sopraggiunto il duca, lo strangolarono e lo gettarono dove avevano gettato il principe. Ciò fatto, ed essendo essi chiaramente certi di non essere stati uditi né dalla donna né da alcun altro, il duca prese un lume in mano e, portandolo al letto, scoprì pian piano la principessa, che dormiva profondamente. La considerò da capo a piedi e la lodò grandemente; perché, se vestita gli era piaciuta, nuda gli piacque oltre ogni paragone. Perciò, acceso di più caldo desiderio e non atterrito dal delitto appena commesso, si coricò accanto a lei, con le mani ancora insanguinate, e giacque con lei, tutta sonnacchiosa com'era e credendo che egli fosse il principe. Dopo essere rimasto con lei alquanto nel sommo piacere, si alzò e, chiamati alcuni dei suoi compagni, fece prendere la donna sì che non potesse far rumore e portarla fuori per una porta segreta, dalla quale era entrato; poi, messala a cavallo, si mise in via con tutti i suoi uomini, il più silenziosamente che poté, e tornò nei suoi domini. Tuttavia (perché aveva moglie) portò la donna, che era la più sconsolata delle femmine, non ad Atene, ma in un luogo assai bello che aveva presso il mare, un poco fuori della città, e là la tenne di nascosto, facendole fornire onorevolmente tutto ciò che era necessario.
I cortigiani del principe il giorno dopo attesero il suo levarsi fino all'ora nona, e non udendo nulla, aprirono le porte della camera, che erano soltanto chiuse, e non trovando nessuno, conclusero che egli fosse andato nascostamente in qualche luogo a passare alcuni giorni a suo agio con la sua bella donna, e non si diedero altro pensiero. Stando così le cose, avvenne il giorno dopo che un idiota, entrando nelle rovine dove giacevano i corpi del principe e di Ciuriaci, trascinò fuori quest'ultimo per il capestro e se lo trasse dietro. Il corpo fu, con non poca meraviglia, riconosciuto da molti, i quali, persuadendo l'idiota a condurli nel luogo donde lo aveva trascinato, là, con grandissimo dolore di tutta la città, trovarono il cadavere del principe e gli diedero onorevole sepoltura. Poi, cercando gli autori di così nefando delitto e trovando che il Duca d'Atene non c'era più, ma era partito di nascosto, conclusero, proprio come era vero, che doveva essere stato lui a fare questo e a portar via la donna; donde subito elessero a loro principe un fratello del morto e lo incitarono con tutte le loro forze alla vendetta.
Il nuovo principe, essendo ben presto accertato da varie altre circostanze che le cose stavano come avevano congetturato, convocò i suoi amici, parenti e servi da diverse parti e, radunata subito una grande, bella e potente armata, si mise in marcia per muovere guerra al Duca d'Atene. Questi, udendo ciò, radunò similmente tutte le sue forze per la propria difesa, e in suo aiuto vennero molti signori, tra i quali l'Imperatore di Costantinopoli mandò Costantino suo figlio e Manuele suo nipote, con un grande e nobile seguito. I due principi furono onorevolmente ricevuti dal duca e ancor più dalla duchessa, perché essa era loro sorella; e mentre le cose si avvicinavano così ogni giorno di più alla guerra, cogliendo l'occasione, un giorno li mandò a chiamare entrambi nella sua camera e là, con un torrente di lacrime e molte parole, raccontò loro tutta la storia, informandoli delle cause della guerra. Inoltre, rivelò loro l'offesa fattale dal duca riguardo alla donna che si credeva egli tenesse di nascosto, e lamentandosene amaramente, li pregò di porre a ciò rimedio come meglio potessero, per l'onore del duca e la propria consolazione.