Italiano
Segmento 1 di 4. Traduci solo questo segmento; non riassumere né fare riferimento ad altri segmenti.
I giovani già sapevano tutti i fatti come erano andati; perciò, senza informarsi oltre, confortarono la duchessa, come meglio seppero, e la riempirono di buona speranza. Poi, avendo appreso da lei dove la dama abitava, presero congedo e, avendo desiderio di vedere quest'ultima, poiché spesso l'avevano udita lodare per la sua meravigliosa bellezza, pregarono il duca di mostrarla loro. Egli, dimentico di ciò che era accaduto al Principe di Morea per averla mostrata a se stesso, promise di farlo e, la mattina seguente, avendo fatto preparare un magnifico convito in un giardino molto bello che apparteneva al luogo di dimora della dama, li condusse lì con alcuni altri a mangiare con lei. Costantino, sedendo con Alatiel, si mise a fissarla, pieno di meraviglia, affermando tra sé che non aveva mai visto cosa tanto amabile e che certo il duca doveva essere ritenuto scusato, anzi, chiunque altro, se per una creatura così bella avesse commesso tradimento o altra cosa turpe; e guardandola ancora e ancora e ammirandola ogni volta di più, gli accadde non altrimenti di quanto era accaduto al duca; perciò, prendendo congedo, innamoratosi di lei, abbandonò ogni pensiero della guerra e si occupò di considerare come potesse toglierla al duca, nascondendo nel frattempo accuratamente la sua passione a tutti.
Mentre egli ancora bruciava in questo fuoco, giunse il tempo di uscire contro il nuovo principe, che ormai si avvicinava ai territori del duca; perciò il duca, Costantino e tutti gli altri uscirono da Atene secondo l'ordine stabilito e si recarono alla difesa di certe frontiere, affinché il principe non potesse avanzare oltre. Dopo che vi furono rimasti alcuni giorni, Costantino, avendo la mente e il pensiero sempre intenti alla dama e immaginando che, ora che il duca non era più vicino a lei, avrebbe potuto molto bene conseguire il suo piacere, finse di essere gravemente indisposto nella persona, per avere occasione di tornare ad Atene; perciò, col permesso del duca, affidando tutte le sue forze a Manuele, tornò ad Atene da sua sorella, e lì, dopo alcuni giorni, avendola indotta a parlare dell'affronto che le sembrava di subire dal duca a causa della dama che egli intratteneva, le disse che, se le fosse piaciuto, l'avrebbe presto sollevata da ciò facendo prendere la dama dal luogo dov'era e portandola via. La duchessa, credendo che egli facesse questo per riguardo a lei e non per amore della dama, rispose che le sarebbe piaciuto moltissimo, purché potesse essere fatto in modo tale che il duca non sapesse mai che lei ne era stata partecipe, il che Costantino le promise pienamente, e quindi ella acconsentì che egli facesse come meglio gli sembrasse.
Costantino, pertanto, fece segretamente allestire un legno leggero e lo mandò una sera nei pressi del giardino dove la dama abitava; poi, avendo istruito alcuni dei suoi uomini che erano a bordo su ciò che dovevano fare, si recò con altri al padiglione della dama, dove fu accolto lietamente da coloro che erano al suo servizio e anche dalla dama stessa, la quale, su sua istanza, si recò con lui nel giardino, accompagnata dai suoi servitori e dai suoi compagni. Lì, facendo come se volesse parlarle da parte del duca, andò con lei solo verso una porta, che dava sul mare ed era già stata aperta da uno dei suoi uomini, e chiamando la barca con il segnale convenuto, fece improvvisamente catturare la dama e portarla a bordo; poi, rivolgendosi ai suoi servi, disse loro: "Nessuno si muova o pronunci parola, se non vuole morire; poiché non intendo rubare al duca la sua donna, ma cancellare l'affronto che egli ha fatto a mia sorella."
A questo nessuno osò rispondere; allora Costantino, imbarcatosi con i suoi uomini e sedendosi accanto alla dama in lacrime, ordinò di immergere i remi nell'acqua e di allontanarsi. Pertanto, presero il largo e non remigando, ma volando, giunsero, poco dopo l'alba del giorno seguente, a Egina, dove sbarcarono e presero riposo, mentre Costantino si sollazzò per un po' con la dama, che si lamentava della sua sventurata bellezza. Di lì, risaliti di nuovo sulla barca, si diressero, in pochi giorni, a Chio, dove a Costantino piacque di fermarsi, come in un luogo sicuro, per timore del risentimento di suo padre e che la dama rubata gli fosse tolta. Lì la bella dama pianse la sua cattiva sorte per alcuni giorni, ma, essendo stata subito confortata da Costantino, cominciò, come aveva fatto altre volte, a prendere piacere di ciò che la fortuna le aveva prestabilito.
Essendo le cose in questo stato, Osbech, re dei Turchi, che viveva in continua guerra con l'Imperatore, giunse per caso a Smirne, dove, udendo come Costantino dimorasse a Chio, senza alcuna precauzione, conducendo una vita dissoluta con una sua amante, che egli aveva rubato, vi si recò una notte con alcune navi armate alla leggera ed entrando di nascosto in città con alcuni dei suoi uomini, prese molti nei loro letti, prima che sapessero dell'arrivo del nemico. Alcuni, che, dato l'allarme, erano corsi alle armi, egli uccise e, avendo incendiato l'intero luogo, portò il bottino e i prigionieri a bordo delle navi e tornò a Smirne. Quando vi giunsero, Osbech, che era un giovane, passando in rassegna i suoi prigionieri, trovò tra essi la bella dama e, riconoscendola come colei che era stata presa con Costantino addormentato nel letto, gioì grandemente alla sua vista. Pertanto, la fece subito sua moglie senza indugio, e celebrando le nozze immediatamente, giacque con lei per alcuni mesi in ogni gioia.
Nel frattempo l'imperatore, che prima che queste cose avvenissero era stato in trattative con Bassano, re di Cappadocia, affinché questi scendesse contro Osbech da un lato con le sue forze, mentre egli stesso lo assalisse dall'altro, ma non aveva ancora potuto giungere a un pieno accordo con lui, poiché non era disposto a concedere certe cose che Bassano pretendeva e che egli giudicava irragionevoli, udendo ciò che era accaduto a suo figlio e addolorato oltremisura per questo, senza esitare oltre, fece quanto il re di Cappadocia chiedeva e lo sollecitò quanto più poteva a piombare su Osbech, mentre egli stesso si preparava a scendere contro di lui da un'altra parte. Osbech, udendo ciò, radunò il suo esercito, prima di essere stretto tra due così potenti principi, e marciò contro Bassano, lasciando la sua bella dama a Smirne, affidata a un servo fido e amico suo. Dopo qualche tempo incontrò il re di Cappadocia e, dandogli battaglia, fu ucciso nella mischia e il suo esercito sconfitto e disperso; doveupon Bassano avanzò in trionfo verso Smirne, senza opposizione, e tutti i popoli si sottomisero a lui lungo la via, come a un conquistatore.
Nel frattempo, il servo di Osbech, di nome Antioco, nelle cui mani la dama era stata lasciata, vedendola così bella, dimenticò la fede promessa al suo amico e padrone e si innamorò di lei, per quanto fosse uomo avanti negli anni. Spinto dall'amore e conoscendo la sua lingua (la qual cosa le fu sommamente gradita, come ben poteva essere per colei che per alcuni anni era stata costretta a vivere come sorda e muta, poiché non capiva nessuno né era capita da alcuno), cominciò, in pochi giorni, a prendersi tanta familiarità con lei che, in breve tempo, non avendo riguardo per il loro signore e padrone che era assente in guerra, passarono dal commercio amichevole alla privacy amorosa, prendendo meraviglioso piacere l'uno dell'altra tra le lenzuola. Quando seppero che Osbech era stato sconfitto e ucciso e che Bassano avanzava travolgendo ogni cosa, tennero consiglio insieme di non attenderlo là e, messe le mani su gran parte delle cose di maggior pregio che vi erano appartenenti a Osbech, se ne andarono di nascosto a Rodi, dove non erano rimasti a lungo che Antioco si ammalò mortalmente.
Come volle il caso, vi era allora alloggiato con lui un mercante di Cipro, che era molto amato da lui e suo stretto amico, e Antioco, sentendosi giunto alla fine, pensò di lasciargli sia i suoi beni che la sua amata dama; perciò, essendo ormai vicino alla morte, li chiamò entrambi a sé e così parlò loro: "Sento, senza dubbio, che sto morendo, il che mi addolora, poiché mai ebbi tanto diletto nella vita quanto ne ho ora. Di una cosa, in verità, muoio contentissimo, poiché dovendo pur morire, mi vedo morire tra le braccia di quei due che amo più di ogni altro al mondo, cioè nelle tue, carissimo amico, e in quelle di questa dama, che ho amato più di me stesso, da quando la conobbi. Vero è che mi addolora sentire che, quando sarò morto, ella rimarrà qui straniera, senza aiuto né consiglio; e mi sarebbe ancor più gravoso, se non sapessi che tu sei qui, il quale, io confido, avrai di lei quella medesima cura, per amor mio, che avresti avuto di me stesso. Perciò, ti prego quanto più posso, se accadrà che io muoia, che tu prenda i miei beni e lei sotto la tua custodia e faccia di essi e di lei ciò che tu ritenga possa essere di sollievo per l'anima mia. E tu, dama dilettissima, ti prego di non dimenticarmi dopo la mia morte, così che io possa vantarmi, nell'altro mondo, di essere stato amato quaggiù dalla più bella donna che natura abbia mai formato; delle quali due cose se mi darete intera assicurazione, me ne andrò senza timore e confortato."
Il mercante suo amico e la dama, udendo queste parole, piansero, e quando egli ebbe finito il suo discorso, lo confortarono e gli promisero sulla loro fede di fare quanto egli chiedeva, se fosse accaduto che morisse. Egli non tardò a lungo, ma subito si spense e fu onorevolmente sepolto da loro. Pochi giorni dopo, il mercante, avendo sbrigato tutti i suoi affari a Rodi e proponendosi di tornare a Cipro su una caracca catalana che era lì, chiese alla bella dama che cosa avesse in animo di fare, poiché gli conveniva tornare a Cipro. Ella rispose che, se a lui fosse piaciuto, volentieri sarebbe andata con lui, sperando che per amor di Antioco egli la trattasse e la considerasse come una sorella. Il mercante rispose che era contento di farle ogni piacere, e per meglio difenderla da qualsiasi affronto che potesse esserle fatto, prima che giungessero a Cipro, dichiarò che ella era sua moglie. Pertanto, s'imbarcarono sulla nave e fu loro assegnata una piccola cabina a poppa, dove, perché il fatto non smentisse le sue parole, egli giacque con lei in un lettino molto piccolo. Donde avvenne ciò che né l'uno né l'altra avevano inteso alla partenza da Rodi, cioè che — mentre l'oscurità e la comodità e il calore del letto, cose di non piccola potenza, li incitavano — trascinati da uguale appetito e dimenticando sia l'amicizia che l'amore di Antioco morto, si misero a scherzare l'uno con l'altra e prima di giungere a Baffa, donde il cipriota era originario, avevano stretto un'alleanza insieme.
Capitolo 16: Parte 16
Ad Baffa dimorò qualche tempo col mercante, finché, come volle il caso, vi giunse per i suoi affari un gentiluomo chiamato Antigono, grande d'anni e maggiore ancora d'ingegno, ma di poche ricchezze, perché, essendosi immischiato nelle faccende del re di Cipro, la fortuna gli era stata in molte cose contraria. Capitandogli un giorno di passare davanti alla casa dove la bella dama abitava col mercante, che allora era andato con le sue merci in Armenia, la scorse a una finestra e, vedendola molto bella, si mise a fissarla intensamente e subito cominciò a ricordare di averla vista altrove, ma dove non poteva in alcun modo ricordarsi. La dama, che per lungo tempo era stata il trastullo della fortuna, ma il cui termine dei mali stava ormai per giungere, non appena vide Antigono, si ricordò di averlo visto ad Alessandria in servizio di suo padre, non in bassa posizione; perciò, concependone improvvisa speranza di poter ancora, con il suo aiuto, recuperare il suo stato regale, e sapendo che il mercante era assente, lo fece chiamare al più presto e gli domandò, arrossendo, se non fosse, come supponeva, Antigono di Famagosta. Egli rispose che era lui e aggiunse: «Signora, mi pare di conoscerla, ma non riesco in alcun modo a ricordarmi dove l'abbia vista; perciò la prego, se non le dispiace, di rammentarmi chi lei sia.»
La dama, udendo che era proprio lui, con suo grande stupore, gli gettò le braccia al collo, piangendo amaramente, e subito gli domandò se non l'avesse mai vista ad Alessandria. Antigono, udendo ciò, la riconobbe subito per Alatiel, figlia del Soldano, che si credeva perita in mare, e avrebbe volentieri voluto farle l'omaggio dovuto alla sua condizione; ma ella non volle in alcun modo permetterlo e lo pregò di sedersi accanto a lei per un po'. Sedutosi accanto a lei, le chiese rispettosamente come, quando e da dove fosse giunta lì, visto che in tutto il paese d'Egitto si dava per certo che fosse annegata in mare anni prima. «Volesse Dio,» rispose lei, «che fosse stato così, piuttosto che avere la vita che ho avuto; e non dubito che mio padre desidererebbe lo stesso, se mai venisse a saperlo.»
Così dicendo, si mise di nuovo a piangere fortissimamente; al che Antigono le disse: «Signora, non vi disperate prima del tempo; ma, se vi piace, raccontatemi le vostre avventure e come sia stata la vostra vita; può darsi che la cosa sia andata in modo tale che, con l'aiuto di Dio, possiamo trovare un rimedio efficace.» «Antigono,» rispose la bella dama, «quando ti vidi, mi parve di vedere mio padre, e mossa da quell'amore e da quella tenerezza che gli sono tenuta a portare, mi sono rivelata a te, pur avendo il potere di nascondermi da te; e poche persone mi sarebbe potuto accadere di guardare, a cui sarei stata così lieta come sono di averti visto e conosciuto prima di ogni altro; perciò ciò che nella mia sfortuna ho sempre tenuto nascosto, a te, come a padre, lo svelerò. Se, dopo che l'avrai udito, vedi qualche via per restituirmi al mio stato originario, ti prego di usarla; ma se non vedi alcuna via, ti supplico di non dire mai a nessuno di avermi vista
Appena fu alquanto riposata, il Soldano desiderò sapere come fosse accaduto che ella fosse ancora viva e dove fosse rimasta tanto a lungo, senza avergli mai fatto sapere nulla della sua condizione; onde la dama, che aveva perfettamente in mente le istruzioni di Antigono, così gli parlò: «Padre mio, forse il ventesimo giorno dopo la mia partenza da voi, la nostra nave, avendo preso acqua in una terribile tempesta, urtò di notte in certe coste laggiù in Ponente, vicino a un luogo chiamato Aguamorta, e ciò che accadde degli uomini che erano a bordo non so né potei mai apprenderlo; questo solo ricordo che, fatto giorno e io risorta come dalla morte alla vita, la nave spezzata fu scorta dai contadini, che accorsero da tutte le parti intorno a saccheggiarla. Io e due delle mie donne fummo messe a terra per prime, e queste ultime furono subito prese da alcuni giovani, che fuggirono con loro, chi di qua, chi di là, e ciò che ne fu non seppi mai.
Quanto a me, fui presa, nonostante la mia resistenza, da due giovani, e trascinata per i capelli, piangendo amaramente; ma, mentre attraversavano una strada per entrare in un grande bosco, passarono di lì quattro uomini a cavallo, i quali, vedutili, i miei rapitori subito mi lasciarono andare e si diedero alla fuga. I nuovi venuti, che mi sembravano persone di grande autorità, vedendo ciò, corsero dove io ero e mi fecero molte domande; alle quali risposi molto, ma né li capii né fui capita da loro. Tuttavia, dopo lunga consultazione, mi posero su uno dei loro cavalli e mi portarono a un convento di donne votate alla religione, secondo la loro legge, dove, qualunque cosa dicessero, fui da tutte le donne gentilmente ricevuta e sempre trattata con onore, e lì con grande devozione mi unii a loro nel servire San Cresci in Valcava, un santo per il quale le donne di quel paese hanno una grande devozione.
Dopo che fui rimasta con loro per un po' e appresi alquanto della loro lingua, mi domandarono chi fossi; e temendo che, se avessi detto la verità, sarei stata cacciata di mezzo a loro, come nemica della loro fede, risposi che ero figlia di un grande gentiluomo di Cipro, il quale mi mandava a maritarmi in Creta, quando, per mia sfortuna, eravamo capitati lì e avevamo fatto naufragio. Inoltre, molte volte e in molte cose osservai i loro costumi, per timore di peggio; ed essendomi stato chiesto dalla principale delle donne, quella che chiamano badessa, se desiderassi tornare di lì a Cipro, risposi che nulla desideravo tanto; ma ella, premurosa del mio onore, non volle mai acconsentire ad affidarmi a nessuna persona che fosse diretta a Cipro, finché circa due mesi fa giunsero lì certi gentiluomini di Francia con le loro donne. Una di queste essendo parente della badessa, e avendo ella udito che erano diretti a Gerusalemme, per visitare il Sepolcro dove Colui che essi tengono per Dio era stato sepolto, dopo che era stato ucciso dai Giudei, mi raccomandò a loro e li pregò di consegnarmi a mio padre a Cipro.
Con quale onore questi gentiluomini mi trattassero e con quanta allegria mi ricevettero insieme con le loro donne, sarebbe lunga storia da raccontare; basti dire che prendemmo nave e giungemmo, dopo alcuni giorni, a Baffa; dove, trovandomi arrivata e non conoscendo nessuno sul luogo, non sapevo che dire ai gentiluomini, i quali volentieri mi avrebbero consegnata a mio padre, secondo ciò che era stato loro imposto dalla reverenda donna; ma Dio, prendendo pietà forse della mia afflizione, mi condusse Antigono sulla spiaggia nel momento in cui sbarcammo a Baffa, il quale immediatamente salutai e nella nostra lingua, per non essere intesa dai gentiluomini e dalle loro donne, lo pregai di ricevermi come figlia. Egli prontamente mi comprese e, ricevendomi con grande dimostrazione di gioia, intrattenne i gentiluomini e le loro donne con quell'onore che la sua povertà concedeva e mi condusse al Re di Cipro, il quale mi ricevette con tale ospitalità e mi ha rimandata a voi [con tale cortesia] che non si potrebbe mai dire. Se qualcosa resta da dire, lo racconti Antigono, che ha spesso udito da me queste avventure.»
Allora Antigono, rivolgendosi al Soldano, disse: «Mio signore, così come ella mi ha raccontato molte volte e come i gentiluomini e le donne con cui venne mi dissero, così ella ha raccontato a voi. Solo una parte ha tralasciato di dirvi, la quale penso che abbia taciuto perché non le si addice dirla, cioè quanto i gentiluomini e le donne con cui venne dissero della vita casta e modesta che ella condusse con le religiose, e della sua virtù e dei suoi lodevoli costumi, e delle lacrime e lamentazioni dei suoi compagni, così uomini come donne, quando, dopo avermela restituita, presero congedo da lei. Delle quali cose, se volessi raccontare per intero ciò che mi dissero, non basterebbero non solo il presente giorno, ma anche la notte seguente; basti dire solo che (secondo quanto le loro parole attestavano e anche quanto io ho potuto vedere di ciò) voi potete vantare di avere la figlia più bella e la più casta e virtuosa di qualsiasi principe che oggi porti corona.»