Italiano
Io vidi quello essercito gentile tacito poscia riguardare in sùe, quasi aspettando, palido e umìle;
e vidi uscir de l’alto e scender giùe due angeli con due spade affocate, tronche e private de le punte sue.
Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste, che da verdi penne percosse traean dietro e ventilate.
L’un poco sovra noi a star si venne, e l’altro scese in l’opposita sponda, sì che la gente in mezzo si contenne.
Ben discernëa in lor la testa bionda; ma ne la faccia l’occhio si smarria, come virtù ch’a troppo si confonda.
«Ambo vegnon del grembo di Maria», disse Sordello, «a guardia de la valle, per lo serpente che verrà vie via».
Ond’ io, che non sapeva per qual calle, mi volsi intorno, e stretto m’accostai, tutto gelato, a le fidate spalle.
E Sordello anco: «Or avvalliamo omai tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; grazïoso fia lor vedervi assai».
Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, e fui di sotto, e vidi un che mirava pur me, come conoscer mi volesse.
Temp’ era già che l’aere s’annerava, ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei non dichiarisse ciò che pria serrava.
Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: giudice Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra ’ rei!
Nullo bel salutar tra noi si tacque; poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti a piè del monte per le lontane acque?».
«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi venni stamane, e sono in prima vita, ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
E come fu la mia risposta udita, Sordello ed elli in dietro si raccolse come gente di sùbito smarrita.
L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! vieni a veder che Dio per grazia volse».
Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado che tu dei a colui che sì nasconde lo suo primo perché, che non lì è guado,
quando sarai di là da le larghe onde, dì a Giovanna mia che per me chiami là dove a li ’nnocenti si risponde.
Non credo che la sua madre più m’ami, poscia che trasmutò le bianche bende, le quai convien che, misera!, ancor brami.
Per lei assai di lieve si comprende quanto in femmina foco d’amor dura, se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
Non le farà sì bella sepultura la vipera che Melanesi accampa, com’ avria fatto il gallo di Gallura».
Così dicea, segnato de la stampa, nel suo aspetto, di quel dritto zelo che misuratamente in core avvampa.
Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, pur là dove le stelle son più tarde, sì come rota più presso a lo stelo.
E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». E io a lui: «A quelle tre facelle di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle che vedevi staman, son di là basse, e queste son salite ov’ eran quelle».
Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»; e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso leccando come bestia che si liscia.
Io non vidi, e però dicer non posso, come mosser li astor celestïali; ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
Sentendo fender l’aere a le verdi ali, fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali.
L’ombra che s’era al giudice raccolta quando chiamò, per tutto quello assalto punto non fu da me guardare sciolta.
«Se la lucerna che ti mena in alto truovi nel tuo arbitrio tanta cera quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
cominciò ella, «se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era.
Fui chiamato Currado Malaspina; non son l’antico, ma di lui discesi; a’ miei portai l’amor che qui raffina».
«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi già mai non fui; ma dove si dimora per tutta Europa ch’ei non sien palesi?
La fama che la vostra casa onora, grida i segnori e grida la contrada, sì che ne sa chi non vi fu ancora;
e io vi giuro, s’io di sopra vada, che vostra gente onrata non si sfregia del pregio de la borsa e de la spada.
Uso e natura sì la privilegia, che, perché il capo reo il mondo torca, sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca sette volte nel letto che ’l Montone con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
che cotesta cortese oppinïone ti fia chiavata in mezzo de la testa con maggior chiovi che d’altrui sermone,
se corso di giudicio non s’arresta».
Purgatorio Canto IX
La concubina di Titone antico già s’imbiancava al balco d’orïente, fuor de le braccia del suo dolce amico;
di gemme la sua fronte era lucente, poste in figura del freddo animale che con la coda percuote la gente;
e la notte, de’ passi con che sale, fatti avea due nel loco ov’ eravamo, e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, vinto dal sonno, in su l’erba inchinai là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
Ne l’ora che comincia i tristi lai la rondinella presso a la mattina, forse a memoria de’ suo’ primi guai,
e che la mente nostra, peregrina più da la carne e men da’ pensier presa, a le sue visïon quasi è divina,
in sogno mi parea veder sospesa un’aguglia nel ciel con penne d’oro, con l’ali aperte e a calare intesa;
ed esser mi parea là dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: ‘Forse questa fiede pur qui per uso, e forse d’altro loco disdegna di portarne suso in piede’.
Poi mi parea che, poi rotata un poco, terribil come folgor discendesse, e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse; e sì lo ’ncendio imaginato cosse, che convenne che ’l sonno si rompesse.
Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo là dove si fosse,
quando la madre da Chirón a Schiro trafuggò lui dormendo in le sue braccia, là onde poi li Greci il dipartiro;
che mi scoss’ io, sì come da la faccia mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
Dallato m’era solo il mio conforto, e ’l sole er’ alto già più che due ore, e ’l viso m’era a la marina torto.
«Non aver tema», disse il mio segnore; «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; non stringer, ma rallarga ogne vigore.
Tu se’ omai al purgatorio giunto: vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, quando l’anima tua dentro dormia, sovra li fiori ond’ è là giù addorno
venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via”.
Sordel rimase e l’altre genti forme; ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro li occhi suoi belli quella intrata aperta; poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verità li è discoperta,
mi cambia’ io; e come sanza cura vide me ’l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo la mia matera, e però con più arte non ti maravigliar s’io la rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte che là dove pareami prima rotto, pur come un fesso che muro diparte,
vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier ch’ancor non facea motto.
E come l’occhio più e più v’apersi, vidil seder sovra ’l grado sovrano, tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
e una spada nuda avëa in mano, che reflettëa i raggi sì ver’ noi, ch’io drizzava spesso il viso in vano.
«Dite costinci: che volete voi?», cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
«Donna del ciel, di queste cose accorta», rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», ricominciò il cortese portinaio: «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
Là ne venimmo; e lo scaglion primaio bianco marmo era sì pulito e terso, ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
Era il secondo tinto più che perso, d’una petrina ruvida e arsiccia, crepata per lo lungo e per traverso.
Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, porfido mi parea, sì fiammeggiante come sangue che fuor di vena spiccia.
Sovra questo tenëa ambo le piante l’angel di Dio sedendo in su la soglia che mi sembiava pietra di diamante.
Per li tre gradi sù di buona voglia mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi umilemente che ’l serrame scioglia».
Divoto mi gittai a’ santi piedi; misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, ma tre volte nel petto pria mi diedi.
Sette P ne la fronte mi descrisse col punton de la spada, e «Fa che lavi, quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
Cenere, o terra che secca si cavi, d’un color fora col suo vestimento; e di sotto da quel trasse due chiavi.
L’una era d’oro e l’altra era d’argento; pria con la bianca e poscia con la gialla fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
«Quandunque l’una d’este chiavi falla, che non si volga dritta per la toppa», diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa d’arte e d’ingegno avanti che diserri, perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
E quando fuor ne’ cardini distorti li spigoli di quella regge sacra, che di metallo son sonanti e forti,
non rugghiò sì né si mostrò sì acra Tarpëa, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra.
Io mi rivolsi attento al primo tuono, e ‘Te Deum laudamus’ mi parea udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea ciò ch’io udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea;
ch’or sì or no s’intendon le parole.
Purgatorio Canto X
Poi fummo dentro al soglio de la porta che ’l mal amor de l’anime disusa, perché fa parer dritta la via torta,
sonando la senti’ esser richiusa; e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, qual fora stata al fallo degna scusa?
Noi salavam per una pietra fessa, che si moveva e d’una e d’altra parte, sì come l’onda che fugge e s’appressa.
«Qui si conviene usare un poco d’arte», cominciò ’l duca mio, «in accostarsi or quinci, or quindi al lato che si parte».
E questo fece i nostri passi scarsi, tanto che pria lo scemo de la luna rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella cruna; ma quando fummo liberi e aperti sù dove il monte in dietro si rauna,
ïo stancato e amendue incerti di nostra via, restammo in su un piano solingo più che strade per diserti.
Da la sua sponda, ove confina il vano, al piè de l’alta ripa che pur sale, misurrebbe in tre volte un corpo umano;
e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, or dal sinistro e or dal destro fianco, questa cornice mi parea cotale.
Là sù non eran mossi i piè nostri anco, quand’ io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco,
esser di marmo candido e addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno.
L’angel che venne in terra col decreto de la molt’ anni lagrimata pace, ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; perché iv’ era imaginata quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella ‘Ecce ancilla Deï’, propriamente come figura in cera si suggella.
«Non tener pur ad un loco la mente», disse ’l dolce maestro, che m’avea da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde m’era colui che mi movea,
un’altra storia ne la roccia imposta; per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, acciò che fosse a li occhi miei disposta.
Era intagliato lì nel marmo stesso lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, per che si teme officio non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a’ due mie’ sensi faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
Similemente al fummo de li ’ncensi che v’era imaginato, li occhi e ’l naso e al sì e al no discordi fensi.
Lì precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, l’umile salmista, e più e men che re era in quel caso.
Di contra, effigïata ad una vista d’un gran palazzo, Micòl ammirava sì come donna dispettosa e trista.
I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, per avvisar da presso un’altra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
Quiv’ era storïata l’alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i’ dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro sovr’ essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro pareva dir: «Segnor, fammi vendetta di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or aspetta tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», come persona in cui dolor s’affretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: giustizia vuole e pietà mi ritene».
Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova.
Mentr’ io mi dilettava di guardare l’imagini di tante umilitadi, e per lo fabbro loro a veder care,
«Ecco di qua, ma fanno i passi radi», mormorava il poeta, «molte genti: questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, volgendosi ver’ lui non furon lenti.
Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che ’l debito si paghi.
Non attender la forma del martìre: pensa la succession; pensa ch’al peggio oltre la gran sentenza non può ire.
Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio muovere a noi, non mi sembian persone, e non so che, sì nel veder vaneggio».
Ed elli a me: «La grave condizione di lor tormento a terra li rannicchia, sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
Ma guarda fiso là, e disviticchia col viso quel che vien sotto a quei sassi: già scorger puoi come ciascun si picchia».
O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne’ retrosi passi,
non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi?
Di che l’animo vostro in alto galla, poi siete quasi antomata in difetto, sì come vermo in cui formazion falla?
Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto,
la qual fa del non ver vera rancura nascere ’n chi la vede; così fatti vid’ io color, quando puosi ben cura.
Vero è che più e meno eran contratti secondo ch’avien più e meno a dosso; e qual più pazïenza avea ne li atti,
piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.
Purgatorio Canto XI
«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, non circunscritto, ma per più amore ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore da ogne creatura, com’ è degno di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, ché noi ad essa non potem da noi, s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi fan sacrificio a te, cantando osanna, così facciano li uomini de’ suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir s’affanna.
E come noi lo mal ch’avem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona, non spermentar con l’antico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona.
Quest’ ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro».
Così a sé e noi buona ramogna quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, simile a quel che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei c’hanno al voler buona radice?
Ben si de’ loro atar lavar le note che portar quinci, sì che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi tosto, sì che possiate muover l’ala, che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver’ la scala si va più corto; e se c’è più d’un varco, quel ne ’nsegnate che men erto cala;
ché questi che vien meco, per lo ’ncarco de la carne d’Adamo onde si veste, al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu’ io seguiva, non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: «A man destra per la riva con noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva.
E s’io non fossi impedito dal sasso che la cervice mia superba doma, onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch’ancor vive e non si noma, guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d’un gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
L’antico sangue e l’opere leggiadre d’i miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre,
ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno superbia fa, ché tutti miei consorti ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien ch’io questo peso porti per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
Ascoltando chinai in giù la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava.
«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare’ io stato sì cortese mentre ch’io vissi, per lo gran disio de l’eccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse! com’ poco verde in su la cima dura, se non è giunta da l’etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi da te la carne, che se fossi morto anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
pria che passin mill’ anni? ch’è più corto spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia al cerchio che più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco piglia dinanzi a me, Toscana sonò tutta; e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond’ era sire quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che superba fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
La vostra nominanza è color d’erba, che viene e va, e quei la discolora per cui ella esce de la terra acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir m’incora bona umiltà, e gran tumor m’appiani; ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntüoso a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito è così e va, sanza riposo, poi che morì; cotal moneta rende a sodisfar chi è di là troppo oso».
E io: «Se quello spirito ch’attende, pria che si penta, l’orlo de la vita, qua giù dimora e qua sù non ascende,
se buona orazïon lui non aita, prima che passi tempo quanto visse, come fu la venuta lui largita?».
«Quando vivea più glorïoso», disse, «liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s’affisse;
e lì, per trar l’amico suo di pena, ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena.
Più non dirò, e scuro so che parlo; ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini faranno sì che tu potrai chiosarlo.
Quest’ opera li tolse quei confini».
Purgatorio Canto XII
Di pari, come buoi che vanno a giogo, m’andava io con quell’ anima carca, fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca; ché qui è buono con l’ali e coi remi, quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
dritto sì come andar vuolsi rife’mi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi.
Io m’era mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue già mostravam com’ eravam leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue».
Come, perché di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel ch’elli eran pria,
onde lì molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a’ pïi dà de le calcagne;
sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza secondo l’artificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza.
Vedea colui che fu nobil creato più ch’altra creatura, giù dal cielo folgoreggiando scender, da l’un lato.
Vedëa Brïareo fitto dal telo celestïal giacer, da l’altra parte, grave a la terra per lo mortal gelo.